Collocata in Porta San Michele, l’esposizione agricola si snodava nei pressi delle scuole. E le numerose osterie della zona diventavano luoghi nevralgici per le questioni di lavoro e per gli aspetti più ludici come, ad esempio, il gioco della mùrå.

Fin dall’immediato dopoguerra i Rivoltani si sono dati da fare per organizzare e far crescere la Fiera di Sant’Apollonia, considerata, da decenni, un evento di grande importanza per l’economia locale e per la vitalità del paese. Verso la fine degli anni ’50 e gli inizi degli anni ’60 la Fiera si svolgeva nella parte est del paese, nei pressi delle Scuole Elementari: le poche mucche che venivano messe in esposizione, erano poste nel campo dove ora è stato lasciato il posto al parcheggio dell’ospedale, mentre i cavalli venivano legati al parapetto che riparava dalla roggia Rivoltana (che all’epoca era in metallo, non in muratura come ora) verso l’edificio delle scuole. Camminando verso il centro storico, passando quell’incrocio in via Garibaldi, si incontravano diverse trattorie (o come preferivano chiamarle allora, osterie): sulla destra c’era la trattoria della Pesa (ora sede dell’ACI). Proseguendo sul lato sinistro della strada, a circa trenta metri di distanza, si trovavano la trattoria Corona (sino a poco fa sede del negozio di abbigliamento Sister’ Shop) e la trattoria Cavallino (attualmente negozio di biciclette). Poco più avanti, sullo stesso lato, all’interno di un cortile, il bar Sole (tuttora esistente), mentre all’imbocco di via Fabio Filzi c’era la trattoria Garibaldi (ora sede di un negozio di parrucchieri). In piazza Cavour (piasètå da l’uspedàl) c’era la trattoria Unione (ora Magic bar) e proseguendo in via Stefano Renzi verso la piazza, c’era il bar trattoria Mercato (dove ora c’è un’ortopedia).

Tutte queste strade del centro, i giorni della Fiera, pullulavano di gente che, già allora, accorreva in paese molto numerosa.

Le giostre ed il tiro a segno, che già allora avevano iniziato ad essere una delle maggiori attrazioni della Fiera, erano in parte installati in piazza Ferri (piasètå dal Cùnt), ma trovavano posto anche in piazza Cavour. Quest’ultima posizione, però, si rivelò subito infelice.

Fin dopo gli anni ’70, infatti, l’entrata dell’ospedale era in via Garibaldi ed ai quei tempi esisteva solo la parte vecchia dell’edificio. In quel periodo vi lavorava anche un gruppo di Suore Adoratrici del S.S. Sacramento che aveva il luogo di riposo sopra quelli che sono stati gli ambulatori medici. Inoltre, il portinaio dell’ospedale aveva l’abitazione appena dopo l’ingresso sulla destra e, in caso di necessità, era lui a dover guidare l’autolettiga. Verso la metà degli anni ’50 arrivò da Palermo un medico specializzato in ostetricia, un certo dott. Giuseppe Russo, il quale si impuntò, sostenendo – a ragione – che quella dell’ospedale deve essere, come si diceva allora, “zona del silenzio”: in questo modo egli riuscì a far spostare tutte le giostre e tiri a segno in piazza Ferri.

Questo spostamento, però, non privò Porta San Michele del suo ruolo di protagonista della Fiera di Sant’Apollonia. Anche senza le giostre, in quella zona non mancavano le attrazioni più tradizionali.

I miei nonni paterni, Francesco Garotta e Maria Vismara, hanno gestito la trattoria Corona per circa venticinque anni (dal 1936 al 1961), aiutati negli ultimi anni dai figli e dalle rispettive mogli. La trattoria era divisa in due da un solido muro che ospitava un camino. All’ingresso c’era l’osteria vera e propria con il banco alla destra dell’entrata; dietro c’era un altro locale, definito “salone”, dove c’era anche il biliardo.

Per la Fiera di S. Apollonia, ci si muoveva in anticipo alla ricerca di personale che potesse aiutare nel servire ai tavoli e dare adeguato supporto in cucina, perché le stoviglie e le pentole dovevano essere lavate e asciugate una ad una. Di solito si cercava fra le nipoti di mia nonna – quindi di parte Vismara – perché nella famiglia di mio nonno c’era già una nipote, Giannina Garotta, che con il marito Severino Monfrini gestiva la Locanda Italia (che in quegli anni occupava buona parte dei locali dove si trova attualmente la Banca Intesa), e di certo, non si potevano far concorrenza fra di loro.

Il venerdì e il sabato bisognava provvedere all’acquisto della trippa e delle verdure che andavano lavate e tagliate per bene, nonché a prenotare il pane sia per la domenica che per il lunedì. Il sabato sera, dopo la chiusura si spostava il biliardo in un angolo del salone per permettere sia il maggior movimento alle persone sia l’aggiunta del maggior numero di tavoli possibile per gli avventori.

La domenica e il lunedì l’unico piatto che si cucinava era la trippa, anche perché in quegli anni, appena dopo la Seconda Guerra Mondiale, la gente aveva pochi soldi da spendere. C’erano uomini previdenti che prenotavano il posto per il pranzo o la cena, ed altri che arrivavano all’ultimo momento senza prenotare: si cercava di accontentare tutti, perché – per i gestori dei locali – quei giorni erano la maggior occasione annuale di guadagno. Ed ogni cliente aggiuntivo che si riusciva ad accontentare corrispondeva a soldi in più che entravano in cassa.

Normalmente ci si recava all’osteria, non solo per mangiare, ma anche per fare affari. Una volta entrati e deposto il tabarro sull’attaccapanni, dopo aver ordinato il proprio piatto di trippa ed il proprio calice di vino, partivano le contrattazioni per l’acquisto di un animale o di un carro. In quegli anni, i trattori e la maggior parte delle macchine agricole non c’erano ancora; i carri più moderni ed innovativi erano quelli che si ribaltavano leggermente su un lato ma gli stessi carri erano ancora trainati dagli animali. Fra venditore e acquirente non esistevano carte da firmare: bastava una stretta di mano e l’affare era fatto.

Una volta terminate le questioni di lavoro, non si perdeva tempo e ci si affrettava ad avviare le attività più “importanti”: giocare a carte, sfidarsi alla murå e cantare le canzoni più popolari: il tutto accompagnato da vino a volontà. Verso la sera del lunedì, gli effetti di queste attività ludiche cominciavano a vedersi anche sulle strade.

All’osteria Corona, se alla sera di domenica bastava una pulita ai tavoli, alle sedie e ai pavimenti, per il martedì mattina tutto doveva tornare in ordine come il venerdì precedente, con il biliardo al centro del salone.

E’ sempre bello ricordare cose che non ci sono più e scoprire come i nostri vecchi vivevano questi eventi di comunità. Vorrei ringraziare tutte le persone che mi hanno aiutato a ricordare ed a ricostruire queste memorie: in particolare la mia vicina di casa, Anita Garotta, che mi ha delucidato sull’ubicazione degli animali e delle giostre durante le Fiere di quegli anni.

Alfonso Garotta

Lo sapevate che …

La morra (in dialetto mùrå), nonostante sembri un gioco semplice, in realtà è faticoso e difficile: il gioco si svolge con la massima velocità, con ritmo cadenzato, con clamoroso effetto acustico, tanto da comportare spesso forti indolenzimenti al braccio, oltre che completa perdita della voce.
Il gioco consiste nell’indovinare la somma dei numeri che vengono mostrati con le dita dai giocatori. Simultaneamente i due giocatori tendono il braccio mostrando il pugno oppure stendendo un numero di dita a scelta, mentre gridano (quasi a voler intimorire l’avversario) un numero da due a dieci (il pugno equivale all’uno e il dieci è anche chiamato proprio mùrå) pronunciati in dialetto, a volte storpiati con espressioni molto colorite: molto utilizzata a Rivolta è la storpiatura del numero sei che da sées diventa cès.
Il giocatore che indovina la somma conquista il punto e, nel caso di gioco a squadre, mantiene la mano e dovrà combattere con l’altro giocatore della squadra concorrente e così via. Se entrambi i giocatori indovinano la somma il gioco continua e nessuno guadagna il punto. Il gioco finisce quando si raggiunge il punteggio deciso a priori.
Mentre il gioco va avanti i ritmi aumentano rapidamente e non è facile mantenere la concentrazione. Il giocatore, in piccolissime frazioni di secondo, deve essere capace di ragionare in due sensi: analizzare e prevedere il gioco dell’avversario e contemporaneamente evitare di giocare i numeri che si aspetta l’avversario; per fare ciò il giocatore deve possedere un’ottima capacità di osservazione ed una notevole velocità di ragionamento.
Chi ha riflessi rapidissimi e grande destrezza può barare modificando il proprio numero di dita stese, così da volgere a proprio vantaggio la situazione determinata dal numero di dita che una frazione di secondo prima è stato chiaramente e definitivamente mostrato dall’avversario.

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