Scritto nel 1932 dal Prevosto Mons. Stefano Renzi, su musica del Maestro Federico Caudana, è cantato ancor oggi

Anche il Santo Patrono di Rivolta d’Adda ha un suo inno. Viene tradizionalmente cantato durante le celebrazioni patronali di inizio Luglio e la sua melodia viene puntualmente eseguita anche con le campane del paese.

Si intitola “O Alberto, o tutela” e la sua composizione risale all’anno 1932 quando il Prevosto di Rivolta d’Adda, Mons. Stefano Renzi, chiese al famoso compositore Federico Caudana, Organista e Maestro di Cappella della Cattedrale di Cremona, la dispensa di poter adattare un nuovo testo al suo inno a Sant’Omobono, patrono di Cremona – composto qualche anno prima – per ricavarne l’inno al patrono rivoltano. La dispensa venne accordata ed il Prevosto compose il testo che divenne il canto più caro ai Rivoltani, eseguito ancor oggi.

Si tratta di un lavoro letterario contrassegnato dall’austera lirica ottocentesca e dalla rigorosa struttura metrica e rimica, nient’altro che una raccolta di invocazioni e di suppliche che il popolo di Rivolta d’Adda rivolge all’amato concittadino, che fu Prevosto dell’antica collegiata e Vescovo di Lodi, “tutela e vanto” della terra nativa. Si tratta di richieste provenienti dai fedeli tutti, di ogni età ed estrazione sociale, “imi e grandi” che, “festanti”, plaudono al nome del Santo protettore con i loro cuori acclamanti.

E dopo tre lunghe strofe narranti anche le grandi virtù caritatevoli del Quadrelli – 𝑇𝑢 𝑎𝑖 𝑟𝑖𝑐𝑐ℎ𝑖 𝑑’𝑒𝑠𝑒𝑚𝑝𝑖𝑜 / 𝑡𝑢 𝑙𝑎𝑟𝑔𝑜 𝑎𝑖 𝑡𝑎𝑝𝑖𝑛𝑖 / 𝑖𝑛 𝑐𝑟𝑢𝑑𝑖 𝑚𝑎𝑙𝑜𝑟𝑖 / 𝑠𝑎𝑙𝑢𝑡𝑒 𝑎𝑖 𝑚𝑒𝑠𝑐ℎ𝑖𝑛𝑖 / 𝑡𝑟𝑎 𝑙𝑎𝑐𝑟𝑖𝑚𝑒 𝑒 𝑠𝑡𝑒𝑛𝑡𝑖 / 𝑠𝑜𝑙𝑙𝑖𝑒𝑣𝑜 𝑎𝑙𝑙𝑒 𝑔𝑒𝑛𝑡𝑖 – l’ultimo verso dell’inno corona l’accorata intercessione con l’appello più incalzante: quello di difendere l’antico borgo rivoltano.

𝑂 𝑃𝑎𝑑𝑟𝑒, 𝑠𝑢𝑙 𝑐𝑎𝑟𝑜 / 𝑡𝑢𝑜 𝑙𝑢𝑜𝑔𝑜 𝑛𝑎𝑡𝑖𝑣𝑜 / 𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑙 𝑣𝑜𝑡𝑜 𝑠𝑐𝑖𝑜𝑔𝑙𝑖𝑒𝑛𝑑𝑜 / 𝑡𝑖 𝑐𝑎𝑛𝑡𝑎 𝑔𝑖𝑢𝑙𝑖𝑣𝑜 / 𝑙𝑎 𝑚𝑎𝑛𝑜 𝑑𝑖𝑠𝑡𝑒𝑛𝑑𝑖 / 𝑅𝑖𝑣𝑜𝑙𝑡𝑎 𝑑𝑖𝑓𝑒𝑛𝑑𝑖 / 𝑐ℎ𝑒 𝑔𝑟𝑎𝑡𝑎 𝑑𝑒’ 𝑝𝑎𝑑𝑟𝑖 / 𝑡’𝑖𝑛𝑛𝑜𝑣𝑎 𝑔𝑙𝑖 𝑜𝑛𝑜𝑟.

E’ l’unica strofa in cui l’inno si rivolge al Santo chiamandolo Padre – quasi a chiamare a raccolta, per fonderle, quella confidenzialità fraterna e quella devozione filiale che caratterizzano tutta la preghiera – e quella nella quale viene sottolineato il privilegio di essere suo “luogo nativo”. L’invocazione non può che essere forte e decisa – “la mano distendi, Rivolta difendi!” – tanto che le assemblee liturgiche riunite per le celebrazioni patronali, tradizionalmente, non mancano di farne sentire, anche con la voce, l’intensità e la profondità.


La Chiesa di Sant’Alberto vista dalla cella campanaria della torre della Basilica

L’inno composto da Mons. Renzi su musica di Caudana, mostrò fin da subito di essere un canto “indovinato”, sia per ricchezza musicale che per nobiltà di testo. Entrò immediatamente nel cuore dei Rivoltani che non aspettavano altro che l’occasione per cantarlo con il calore e la passione che scaturiva dalla grande devozione nei confronti di Sant’Alberto.

Divenne così popolare che, una volta terminata la Seconda Guerra Mondiale, nel 1949, quando ci fu da adoperarsi per ripristinare il concerto delle campane della basilica mutilato dalla requisizione bellica, si sentì il bisogno di cogliere l’occasione per integrarlo della nona campana necessaria per poter suonare l’inno anche con i bronzi issati sulla torre. Il precedente concerto, infatti, costituito dalle sole otto campane della scala diatonica maggiore (da DO a DO), non aveva mai permesso di far risuonare il canto diventato così caro ai Rivoltani. C’era bisogno di un RE acuto che è stato prontamente aggiunto. Il numero delle campane fu così portato da 8 a 10 – fu aggiunta anche la settima minore, il SI bemolle, utile per spaziare in tonalità diverse.

In verità, la melodia composta dal Maestro Caudana prevede anche una decima nota – il SOL diesis – che si incontra in un particolare passaggio del canto (in gergo musicale detto “modulante”) – che, ad esempio, nella prima strofa si trova in corrispondenza delle parole “degl’imi, dei grandi”. Ma tale particolare nota presente nella partitura originale dell’inno non fu considerata ed il SOL diesis non fu aggiunto al concerto.
La conseguenza di questa scelta fu quella che la gente di Rivolta, da allora, si abituò a cantare l’inno senza tale alterazione (il diesis) e ad eseguirlo così come viene suonato dalle campane del paese, abitudine alla quale non fu più possibile porre rimedio e che permane ancor oggi. Nei confronti di questo consolidato errore di esecuzione si pronunciarono anche le reprimende dello stesso Caudana – scomparso nel 1963 – che non mancava di chiedere al Cerimoniere Vescovile, Mons. Franco Tantardini, di riportargli lo 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑢𝑠 𝑞𝑢𝑜 delle esecuzioni ogni volta che il Vescovo si recava a Rivolta per la festa di Sant’Alberto. Ma, ben presto – come lo stesso Cerimoniere testimoniò a chi vi sta scrivendo – il Maestro si dovette rassegnare al fatto che i Rivoltani non potevano certo eseguire correttamente in canto una melodia che ascoltavano ripetutamente eseguita dalla campane nella sua versione sbagliata – la differenza tra la versione corretta della melodia e la versione “rivoltana” si può ascoltare in una registrazione raggiungibile in coda a questo testo.

Nonostante questa piccola anomalia esecutiva, “O Alberto, o tutela” rimane la preghiera più cara e più amata dai Rivoltani, l’inno che riassume la loro storia e le loro radici, il canto che esprime le loro attese e le loro speranze. Ogni volta che viene eseguito, il Prevosto Mons. Stefano Renzi ed il Maestro Federico Caudana, dal cielo, gioranno di sicuro per la bontà del loro lavoro. Ed il caro Sant’Alberto Quadrelli, dall’alto della sua gloria, non mancherà di apprezzare i sentimenti ed il calore della sua comunità che, dopo ormai 850 anni, non ha ancora smesso di tributargli l’affetto che merita.

Ivan Losio


– Il testo dell’inno:

𝑂 𝐴𝑙𝑏𝑒𝑟𝑡𝑜, 𝑜 𝑡𝑢𝑡𝑒𝑙𝑎
𝑑𝑖 𝑡𝑒𝑟𝑟𝑎 𝑡𝑢𝑎 𝑒 𝑣𝑎𝑛𝑡𝑜,
𝑓𝑒𝑠𝑡𝑎𝑛𝑡𝑖 𝑎𝑙 𝑡𝑢𝑜 𝑛𝑜𝑚𝑒
𝑝𝑙𝑎𝑢𝑑𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑐𝑜𝑙 𝑐𝑎𝑛𝑡𝑜.
𝑆𝑐𝑎𝑚𝑝𝑎𝑡𝑖 𝑖 𝑡𝑢𝑜𝑖 𝑓𝑖𝑔𝑙𝑖
𝑑𝑎 𝑚𝑖𝑙𝑙𝑒 𝑝𝑒𝑟𝑖𝑔𝑙𝑖,
𝑑𝑒𝑔𝑙’𝑖𝑚𝑖, 𝑑𝑒𝑖 𝑔𝑟𝑎𝑛𝑑𝑖
𝑡𝑖 𝑎𝑐𝑐𝑙𝑎𝑚𝑎𝑛𝑜 𝑖 𝑐𝑜𝑟.

𝐷𝑖𝑠𝑐𝑜𝑟𝑑𝑖𝑒 𝑒𝑑 𝑒𝑟𝑟𝑜𝑟𝑖
𝑛𝑒 𝑠𝑔𝑜𝑚𝑏𝑟𝑎 𝑑𝑎𝑙𝑙’𝑎𝑙𝑚𝑎,
𝑟𝑖𝑑𝑜𝑛𝑎 𝑙𝑎 𝑐𝑎𝑙𝑚𝑎,
𝑙𝑎 𝑝𝑎𝑐𝑒 𝑒 𝑙’𝑎𝑚𝑜𝑟.

𝑃𝑒𝑟 𝑡𝑒 𝑓𝑢 𝑖𝑙𝑙𝑖𝑏𝑎𝑡𝑎
𝑙𝑎 𝑓𝑒𝑑𝑒 𝑑𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑎𝑣𝑖
𝑑𝑎𝑙𝑙’𝑒𝑚𝑝𝑖𝑒 𝑑𝑜𝑡𝑡𝑟𝑖𝑛𝑒
𝑑𝑖 𝑝𝑒𝑟𝑣𝑖𝑑𝑖 𝑖𝑔𝑛𝑎𝑣𝑖.
𝐼𝑙 𝑝𝑎𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑐𝑖𝑒𝑙𝑜
𝑛𝑒𝑙 𝑚𝑖𝑠𝑡𝑖𝑐𝑜 𝑣𝑒𝑙𝑜
𝑓𝑖𝑎𝑚𝑚𝑒𝑔𝑔𝑖𝑎 𝑠𝑢𝑙𝑙’𝑎𝑟𝑎
𝑑’𝑖𝑛𝑡𝑎𝑡𝑡𝑜 𝑓𝑢𝑙𝑔𝑜𝑟.

𝐷𝑖𝑠𝑐𝑜𝑟𝑑𝑖𝑒 𝑒𝑑 𝑒𝑟𝑟𝑜𝑟𝑖
𝑛𝑒 𝑠𝑔𝑜𝑚𝑏𝑟𝑎 𝑑𝑎𝑙𝑙’𝑎𝑙𝑚𝑎,
𝑟𝑖𝑑𝑜𝑛𝑎 𝑙𝑎 𝑐𝑎𝑙𝑚𝑎,
𝑙𝑎 𝑝𝑎𝑐𝑒 𝑒 𝑙’𝑎𝑚𝑜𝑟.

𝑇𝑢 𝑎𝑖 𝑟𝑖𝑐𝑐ℎ𝑖 𝑑’𝑒𝑠𝑒𝑚𝑝𝑖𝑜
𝑡𝑢 𝑙𝑎𝑟𝑔𝑜 𝑎𝑖 𝑡𝑎𝑝𝑖𝑛𝑖
𝑖𝑛 𝑐𝑟𝑢𝑑𝑖 𝑚𝑎𝑙𝑜𝑟𝑖
𝑠𝑎𝑙𝑢𝑡𝑒 𝑎𝑖 𝑚𝑒𝑠𝑐ℎ𝑖𝑛𝑖.
𝑇𝑟𝑎 𝑙𝑎𝑐𝑟𝑖𝑚𝑒 𝑒 𝑠𝑡𝑒𝑛𝑡𝑖
𝑠𝑜𝑙𝑙𝑖𝑒𝑣𝑜 𝑎𝑙𝑙𝑒 𝑔𝑒𝑛𝑡𝑖,
𝑐𝑜𝑛𝑠𝑖𝑔𝑙𝑖𝑜 𝑛𝑒𝑖 𝑑𝑢𝑏𝑏𝑖
𝑐𝑜𝑛𝑓𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑎𝑙 𝑑𝑜𝑙𝑜𝑟.

𝐷𝑖𝑠𝑐𝑜𝑟𝑑𝑖𝑒 𝑒𝑑 𝑒𝑟𝑟𝑜𝑟𝑖
𝑛𝑒 𝑠𝑔𝑜𝑚𝑏𝑟𝑎 𝑑𝑎𝑙𝑙’𝑎𝑙𝑚𝑎,
𝑟𝑖𝑑𝑜𝑛𝑎 𝑙𝑎 𝑐𝑎𝑙𝑚𝑎,
𝑙𝑎 𝑝𝑎𝑐𝑒 𝑒 𝑙’𝑎𝑚𝑜𝑟.

𝑂 𝑃𝑎𝑑𝑟𝑒, 𝑠𝑢𝑙 𝑐𝑎𝑟𝑜
𝑡𝑢𝑜 𝑙𝑢𝑜𝑔𝑜 𝑛𝑎𝑡𝑖𝑣𝑜
𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑙 𝑣𝑜𝑡𝑜 𝑠𝑐𝑖𝑜𝑔𝑙𝑖𝑒𝑛𝑑𝑜,
𝑡𝑖 𝑐𝑎𝑛𝑡𝑎 𝑔𝑖𝑢𝑙𝑖𝑣𝑜,
𝑙𝑎 𝑚𝑎𝑛𝑜 𝑑𝑖𝑠𝑡𝑒𝑛𝑑𝑖,
𝑅𝑖𝑣𝑜𝑙𝑡𝑎 𝑑𝑖𝑓𝑒𝑛𝑑𝑖,
𝑐ℎ𝑒 𝑔𝑟𝑎𝑡𝑎 𝑑𝑒’ 𝑝𝑎𝑑𝑟𝑖,
𝑡’𝑖𝑛𝑛𝑜𝑣𝑎 𝑔𝑙𝑖 𝑜𝑛𝑜𝑟.

𝐷𝑖𝑠𝑐𝑜𝑟𝑑𝑖𝑒 𝑒𝑑 𝑒𝑟𝑟𝑜𝑟𝑖
𝑛𝑒 𝑠𝑔𝑜𝑚𝑏𝑟𝑎 𝑑𝑎𝑙𝑙’𝑎𝑙𝑚𝑎,
𝑟𝑖𝑑𝑜𝑛𝑎 𝑙𝑎 𝑐𝑎𝑙𝑚𝑎,
𝑙𝑎 𝑝𝑎𝑐𝑒 𝑒 𝑙’𝑎𝑚𝑜𝑟.


– Registrazione del canto dell’inno:

– Registrazione della parte contenente l’errore di esecuzione (prima la versione sbagliata, poi la versione corretta):

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