Il proverbio che indica in quella di oggi la notte più lunga dell’anno non è certo solo Rivoltano, ma riguarda pressoché tutto il territorio del nostro continente. E pensare che, nonostante abbia smesso di essere vero e reale già dal 1582, si può vantare di essere ancor oggi vivo e vegeto presso tutte le popolazioni d’Europa – in special modo quelle appartenenti al mondo rurale – la dice lunga sull’affetto che la gente nutre per questo proverbio.
Quella di Santa Lucia, infatti, è stata per almeno 1600 anni la notte più lunga di tutte, quando, cioè, il mondo scandiva i suoi giorni scorrendo il calendario giuliano, di epoca romana, promulgato dall’imperatore romano Giulio Cesare nel 46 a.C.
Si trattava di un calendario solare, basato sul ciclo delle stagioni, elaborato dall’astronomo greco Sosigene di Alessandria, che prevedeva il solstizio d’inverno il giorno che oggi chiamiamo 13 dicembre, lo stesso nel quale, l’anno 304, la giovane vergine Lucia venne martirizzata a Siracusa.
Lungo i secoli successivi ci si rese conto, a più riprese, che il calendario non era perfettamente aderente all’anno astronomico, accumulando un piccolo ritardo ogni anno, pari a un giorno ogni 128 anni, così da arrivare a circa 13 giorni nel XVI secolo. Fu così chepapa Gregorio XIII, nel 1582, decise di “aggiustare” il tutto di 10 giorni (a tanto fu calcolato il ritardo accumulato a partire dal 325 d.C., anno del Concilio di Nicea) promulgando il nuovo calendario cosiddetto gregoriano che utilizziamo tutt’oggi.
Questo portò necessariamente a spostare i giorni degli equinozi e dei solstizi, tra i quali quello d’inverno passato dal 13 al 21-22 dicembre (quest’anno il 21 alle ore 16:03).
Per renderci conto che fissare in un calendario il ciclo astronomico sia cosa tutt’altro che facile, è bene sapere che anche il calendario gregoriano non è perfetto: anch’esso accumula un ritardo di 26 secondi all’anno, cioè un giorno ogni 3323. Un “difetto” sicuramente più tollerabile rispetto agli effetti del calendario precedente.
Visto che stiamo parlando di calendari, vale la pena accennare anche al fatto che l’utilizzo dell’anno bisestile era già stato previsto da Sosigene ed è stato mantenuto da Gregorio XIII. La tecnica è necessaria per compensare il fatto che per effettuare un giro completo attorno al Sole il nostro pianeta non impiega un numero intero di giorni, ma 365 giorni e un quarto. Da qui la necessità di aggiungere un giorno al calendario ogni quattro anni per recuperare il ritardo di un quarto di giorno all’anno. E’ curioso anche sapere che il nome “bisestile” deriva dall’impossibilità di “scalare” i nomi dei giorni precedenti o successivi a quello che noi oggi chiamiamo il 29 febbraio. I dies si contavano sottraendoli dalle varie Idi e Calende (le festività romane). E ciò portò i Romani a chiamare il giorno aggiuntivo bis sexto die ante Calandas Martias, cioè un giorno in aggiunta al sesto giorno prima delle Calende di Marzo. Da qui il nome di “anno bisestile”.
Ma torniamo alla nostra “notte più lunga che ci sia”.
Se da quasi 500 anni ci ostiniamo a considerare quello del 13 dicembre il giorno più corto dell’anno nonostante sia stato stabilito che ciò avvenga 8 giorni dopo, un motivo ci sarà. Ed è naturale pensare che la “magia” che rende quella di oggi la notte più lunga non abbia fondamenta legate a ragioni astronomiche, ma sia motivata dall’affetto nei confronti di quella giovane vergine, Lucia, che, in questa
stessa notte, nell’anno 304, si immolò al martirio per non rinnegare la sua consacrazione a Dio. Fu un gesto che riscosse ben presto l’ammirazione di molti cristiani di allora che si tramutò in un culto partito da Siracusa e arrivato, in poco tempo, fino agli estremi confini del nord Europa. Una devozione così sentita dalle popolazioni tanto da collegarla a usanze, credenze e tradizioni, tra le quali quella di far recapitare doni ai bambini per mano della stessa Santa.
Com’è tradizione in Lombardia, Trentino, Veneto ed Emilia Romagna, per questa notte si lascia sugli usci delle case un po’ di latte e paglia per il somarello che traina il carretto con a bordo la Santa velata di bianco. E’ buon uso lasciare anche biscotti di pasta frolla e una letterina con buoni propositi per lei che arriva suonando il suo campanellino d’argento. Porta doni per tutti: un regalo per i bimbi più meritevoli e del carbone (per fortuna dolce) per i più biricchini. Ma attenzione: i bimbi devono andare a letto e tenere gli occhi chiusi, senza cercare di spiare la Santa velata: rischierebbero di ricevere cenere negli occhi. Santa Lucia è venerata come patrona della vista. Da qui la consuetudine, francamente un po’ brutale, di impedire ai bambini di vedere la Santa.
A questo proposito è bene sapere che l’episodio in cui Lucia, durante il martirio, si sarebbe strappata o le avrebbero cavato gli occhi, risulta privo di fondamento e assente nelle molteplici narrazioni e tradizioni, almeno fino al XV secolo. L’emblema degli occhi sulla coppa o sul piatto, come riporta l’iconografia, sarebbe da ricollegarsi, più semplicemente, alla devozione popolare che l’ha sempre invocata protettrice della vista a motivo dell’etimologia del suo nome dal latino Lux, luce.
Buona Santa Lucia a tutti!

Michelangelo Merisi (Caravaggio), La sepoltura di Santa Lucia, 1608
Chiesa di Santa Lucia Extramoenia, Siracusa