Il 1° maggio ricorre la memoria liturgica di San Sigismondo, re dei Burgundi. Insieme a Santa Maria Assunta è il santo martire a cui è dedicata la parrocchia di Rivolta d’Adda e la Basilica romanica che svolge le funzioni di chiesa parrocchiale.
Cosa sappiamo di questo santo?
Non ci sono note le motivazioni che hanno portato i nostri antenati a sceglierlo tra molti per l’intitolazione della comunità e della Basilica rivoltana, ma sappiamo che il culto nei confronti di colui che fu il primo sovrano di origine gallica ad abbracciare il cristianesimo, si diffuse un po’ in tutta Europa, specialmente in quelle che oggi sono la Repubblica Ceca, la Svizzera, la Polonia e la Germania.
In Italia, particolare fu la devozione sviluppatasi in area romagnola a motivo della singolare venerazione operata dai Malatesta, nobile famiglia medievale che dominò a lungo sulla signoria di Rimini. Diversi esponenti di questa famiglia ne portarono il nome.
Oltre a una chiesa nella città di Bologna e due in Toscana (Gaiolo in Chianti e Poggio alle Mura), in Italia le chiese a lui dedicate sono la Basilica di Rivolta d’Adda e la meravigliosa chiesa di San Sigismondo di Cremona, famosa, oltre che per ospitare pregevoli affreschi del Boccaccino e dei Campi, anche per essere stata, nel 1441, sede del matrimonio tra Bianca Maria Visconti e Francesco Sforza, evento che suggellò l’alleanza tra le due potenti famiglie al governo del Ducato di Milano – si dice che in quell’occasione fu coniata la ricetta del torrone cremonese.
In Val Pusteria, provincia di Bolzano, sorge un borgo denominato San Sigismondo, nel comune di Chienes. Di particolare pregio, presso la chiesa parrocchiale – che si dice eretta tra il 1449 e il 1489 per volere del duca Sigismondo d’Austria – un trittico ligneo risalente alla seconda metà del Quattrocento che rappresenta la Madonna col Bambino affiancata da San Sigismondo e da San Cristoforo. Sulle portelle vi sono dipinti alcuni episodi della vita della Vergine. E’ considerato il più antico altare ligneo intatto del Tirolo dopo quello di Castel Tirolo (oggi al Ferdinandeum di Innsbruck) e primo altare tripartito del Tirolo.
Quello che sappiamo su San Sigismondo lo dobbiamo agli scritti di San Gregorio di Tours (VI secolo) che nella sua Historiarum Francorum, gli dedica ampio spazio. Fu re dei Burgundi tra il 516 e il 523. Successe al padre Gundobaldo alla guida dei “Burgundes”, una tribù germanica dell’Est che si pensa abbia emigrato verso l’Europa continentale dalla Scandinavia. Il re ebbe un potere molto influente per l’epoca anche perché sposò la figlia di Teodorico il Grande, così da garantirsi l’alleanza con gli Ostrogoti. Seguendo la predicazione del vescovo francese Alcimo Ecdicio Avito, abbandonò l’arianesimo e si convertì al cattolicesimo ortodosso, impegnandosi a diffonderlo anche tra i suoi sudditi.
Nel 517, a Epaon (oggi Saint-Romain-d’Albon), tenne un Concilio dove vennero adottate severe misure contro l’eresia ariana. Nello stesso anno promulgò la Lex Borgundionum, un codice unitario di 46 libri iniziato dal padre Gundobaldo, con brani provenienti dai codici gregoriano, ergemoniano e teodosiano, redatto con l’ambizione di risolvere le controversie tra Burgundi e Romani. Il codice fu influenzato anche dalla Lex Visigothorum dei Visigoti ed esso stesso influenzò a sua volta la Lex Ribuaria dei Franchi.
Nel 522 fece uccidere il figlio Sigerico, avuto dalla prima moglie, che non godeva della simpatia della sua seconda moglie, la quale persuase il re che il figlio voleva attentare alla vita del padre per impossessarsi del regno. Sigismondo che, subito dopo, si dimostrò profondamente pentito, per espiare l’efferato crimine si ritirò in penitenza nel monastero di Agaune in Svizzera, da lui stesso fondato, e lì compose la Laus perennis, un canto liturgico ininterrotto cantato da monaci a turno.
Quel delitto segnò il declino del regno di Sigismondo. Si trovò contro il nonno del figlio ucciso, Teodorico il Grande, e restò privo dell’alleanza degli Ostrogoti davanti alle pretese dei Franchi che volevano conquistare l’ultimo regno germanico indipendente di tutta la Gallia. Ci fu una guerra e Sigismondo, fatto prigioniero insieme alla moglie e ai figli dal re franco Clodomiro, fu buttato in un pozzo esistente presso un villaggio vicino a Orléans che da allora porta il nome Sigismond (Loiret).
Questo re convertito che, pur avendo commesso un grave delitto, seppe espiare con dure penitenze, subendo poi una morte violenta, fu ben presto considerato un martire. Il suo nome è stato portato da tre re polacchi e da un imperatore tedesco. Deriva dall’antico tedesco Sigismuht e significa “che protegge con la vittoria”.
Le spoglie di San Sigismondo furono traslate a Saint-Maurice, nel Canton Vallese in Svizzera. Là vi rimasero fino al 1365 quando l’imperatore Carlo IV di Lussemburgo, re di Boemia, fece deporre una parte dei resti – tra cui il cranio – nella cattedrale di Praga (Sigismondo è ancor oggi uno dei santi patroni della Repubblica Ceca) e nella cattedrale di Frisinga (Monaco di Baviera) e lì si trovano ancor oggi. Come capita spesso con i santi del VI secolo, altre reliquie più o meno autentiche si possono trovare un po’ ovunque. In Romagna ve ne sono conservate nella cattedrale di Forlì, tra il cui Tesoro del Duomo si trova un prezioso reliquiario, opera di Nicolò di Tura (orafo e argentiere del XIV secolo), contenente il cranio del santo. A Imola, nella chiesa di Santa Maria in Regola, vi è un’arca in pietra della fine del Trecento che conterrebbe il corpo di San Sigismondo. In un altro reliquiario, nella medesima chiesa imolese è presente un braccio.
Nella Basilica di Rivolta d’Adda si trovano due preziose raffigurazioni pittoriche di San Sigismondo risalenti al XIV secolo: una collocata sulla parete dell’abside maggiore che lo ritrae rappresentato in modo regale e imponente seduto su un trono. Di questo affresco – come ci riferisce Mons. Dennis Feudatari, parroco di Rivolta d’Adda – è curioso il fatto che le caratteristiche del trono siano perfettamente identiche a quelle ritratte nell’affresco della Madonna col Bambino visibile sulla parete del presbiterio della cattedrale di Lodi.
In un’altra raffigurazione nella Basilica rivoltana, sulla parete della terza campata della navata minore di sud, il re dei Burgundi è ritratto a fianco della Madonna con in braccio Gesù Bambino. L’affresco è incorniciato da un profilo rosso, parzialmente conservato, che aggiunge un tocco di colore e raffinatezza all’opera. Questo elemento, sebbene usurato dal tempo, testimonia l’attenzione ai dettagli che caratterizzava l’arte del 1300.
Ivan Losio