Seppur in un giorno festivo come quello di oggi (Lunedì di Pasqua), a Rivolta d’Adda – come del resto in tutto il mondo – abbiamo udito suonare le campane da morto per l’annuncio del trapasso del Sommo Pontefice. La morte del Papa, infatti, è un evento che investe la Chiesa universale e la sua celebrazione ha la priorità su tutte le ricorrenze che incontra.

Le campane da morto suonano per tutti coloro che lasciano questo mondo: all’annuncio della morte e alla celebrazione delle esequie. E la consuetudine segue una ritualità ben precisa: a Rivolta d’Adda, per l’Ave Maria da morto viene suonata la Terza campana dell’esacordo gregoriano, quella rivolta – insieme al Campanone – verso Porta Paladino, con tre rintocchi se si tratta di una donna e quattro rintocchi se si tratta di un uomo. Per annunciare la morte del Papa o del Parroco vengono utilizzate tutte le campane del concerto facendole rintoccare, in modo distanziato, una alla volta, dalla più piccola alla più grande.

In passato, il suono del “trapasso” si manteneva a ogni Ave Maria mattutina fino al giorno dei funerali (in qualche paesino di montagna ciò avviene ancor oggi): da qui la consuetudine di chiamare ancor oggi Ave Maria da morto queste suonate. Per il Papa si usava suonare da morto per tutti i Novendiali (nove giorni di lutto seguenti alle esequie del Pontefice) al momento dell’Angelus di mezzogiorno.

Ricordo molto bene, da bambino, i caldi giorni seguiti alla morte di San Paolo VI – nell’agosto 1978 – e le nove salite al campanile dei giorni successivi per aiutare il campanaro Carlo Rossi a “stangare” le campane e le corse giù dalle scale della torre una volta terminate le suonate da morto, per non arrivare a casa troppo in ritardo per il pranzo. Il rito si dovette ripetere poco più di un mese dopo per l’inaspettata dipartita del Beato Giovanni Paolo I. Ma in quelle occasioni il campanaro non potè contare sul mio aiuto perché, all’ora delle suonate, impegnato a scuola.

E ricordo anche quella tristissima sera dell’8 febbraio 2016 quando il campanaro Omobono, sconvolto per l’accaduto, mi ha chiesto di eseguire, al posto suo, la suonata che annunciava l’improvvisa dipartita del caro Mons. Alberto Pianazza.

L’Ave Maria da morto, di norma, viene suonata nell’immediatezza della notizia della morte se la salma del defunto si trova in paese. Diversamente avviene nel momento in cui il feretro viene riportato sul territorio rivoltano. Non si suona mai durante la celebrazione di una Messa e, se di domenica o in un giorno di solennità, solo dopo la celebrazione della Messa vespertina. Nel caso del Papa, come detto, ciò avviene immediatamente e in qualsiasi circostanza, proprio come avvenuto oggi verso le 10 e mezza.

Per le esequie, invece, suonano le cinque campane che richiamano il primo modo gregoriano, il Protus autentico – quello che contrassegna la sequenza “Dies irae” propria della liturgia dei defunti – una suonata mezz’ora prima del funerale e una suonata quando il defunto fa ingresso in chiesa. Si tratta di un’ambientazione sonora dal carattere molto solenne, regale e, al contempo, grave e austero, lo stesso clima evocato dalla composizione poetica medievale, opera di Tommaso da Celano, cantata per secoli – fino a sessant’anni fa – nella Messa da morto, un richiamo al giorno del giudizio universale:

Dies irae, dies illa,
solvet saeclum in favilla,
teste David cum sibylla.

(Giorno dell’ira sarà quel giorno,
dissolverà il mondo terreno in cenere,
come annunciato da Davide e dalla sibilla).

Dopo la celebrazione della Messa esequiale, ad accompagnare il defunto nel suo viaggio verso la sepoltura, si suona a distesa la Quinta: un’accorata invocazione all’intercessione del Santo Patrono, Alberto Quadrelli, al quale la campana (che si affaccia su Porta Rocca) è dedicata.

Il suono delle campane, dunque, non ha solo il mero scopo dell’annuncio di un evento, ma quello di sottolineare i momenti liturgici e chiamare a raccolta i membri della comunità. E le campane da morto sono veri e propri inviti al raccoglimento in ricordo dei fedeli passati a miglior vita, al momento della morte e al momento della sepoltura: i credenti compiono il pio gesto della preghiera, i non credenti si uniscono anche solo per una reminiscenza.

Si racconta di suonate dedicate alle “agonie” con le quali si chiamavano i fedeli al raccoglimento anche per accompagnare il momento del trapasso di un membro della comunità. Tale abitudine a Rivolta d’Adda si è persa già nella prima metà del Novecento e non ci è dato di sapere in quale modalità le campane venivano suonate a tale scopo. La consuetudine decadde anche per la raggiunta consapevolezza della necessità di evitare il più possibile di aggravare lo stato di prostrazione delle persone agonizzanti che, in qualche modo, si accorgevano che le campane suonassero in vista della loro morte ormai imminente.

A distanza di secoli, le campane a morto si mantengono come strumento fondamentale per la vita di una comunità che dimostra di essere viva anche quando è chiamata a raccogliersi per la dipartita dei suoi membri. Una consuetudine di respiro locale che la proietta anche in una dimensione universale come è stata la triste esperienza vissuta nella giornata di oggi.

Ivan Losio

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