Il primo lunedì di ogni mese di Agosto è tradizione andare alla chiesetta del Paladino per festeggiare San Fermo.
Sappiamo poco di questo santo e tutto ciò che conosciamo deriva dalla tradizione dei numerosi luoghi nei quali è venerato insieme a San Rustico.
Secondo alcuni si tratterebbe di due martiri di origine nordafricana, uccisi ai tempi delle persecuzioni degli imperatori romani Decio e Valeriano, nel III secolo. Altri collegherebbero il vissuto di San Fermo a quello di Carlo Magno (attorno all’anno 774), giunti in Val Camonica insieme al fedele scudiero Rustico. Altri ancora sosterrebbero che Fermo e Rustico furono di origine bergamasca, decapitati per motivi religiosi al di fuori delle mura di Verona ai tempi dell’imperatore Massimiliano, poi seppelliti a Cartagine e tornati in Italia durante il regno longobardo di Desiderio e Adelchi (757-774).
Il loro culto è diffuso un po’ in tutta l’alta Italia: da Bergamo a Verona, da Brescia a Piacenza, da Alessandria a Genova, da Varese a Monza fino a Belluno. Ed è probabile che sia giunto fino a Rivolta d’Adda transitando dalla bassa bergamasca, precisamente dalla vicina città di Caravaggio dove i due martiri – che, secondo la leggenda, transitarono per il rione di Porta Vicinato e risuscitarono un morto – sono venerati come patroni (Fìrem e Röstec).
Poco si sa anche del motivo per il quale i rivoltani, dei due, siano devoti solo a San Fermo e perché proprio presso la chiesa del Paladino.
La graziosa chiesetta a sud di Rivolta – distante poco più di tre chilometri dal centro abitato, sulla strada di campagna che conduce, passando dalla cascina San Martino, fino a Spino e, passando dalla cascina Galvagnino, fino a Gradella – è infatti dedicata, oltre che a Santa Maria, a San Maurizio, un martire guerriero ben raffigurato da una statua lignea, non molto datata, ma di buona fattura. L’intitolazione a questo Santo ha un valore molto significativo perchè riporta alle origini del luogo del Paladino, noto fin dall’XI secolo per la presenza di un fortilizio militare – probabilmente ubicato nel poco distante sito dell’odierna Cascina Castello – citato da diversi documenti tra i quali un diploma di Federico Barbarossa del 1183 ripubblicato e tradotto dal prof. Eugenio Calvi nella sua Storia di Rivolta d’Adda (Vol. I, pag. 99). Il prof. Giulio M. Facchetti nel suo L’Oratorio del Paladino in Rivolta d’Adda e le sue Chiese (1996, pag. 121) afferma che in diversi documenti riconducibili all’antico Monastero di Sant’Ambrogio che sorgeva in paese, vengono menzionate diverse persone originarie del luogo con il cognome-etnico de Palatino a indicarne la rilevanza come sito dipendente ma distinto da Rivolta per la sua importanza militare.
Gli storici sono concordi nell’affermare che la chiesa del Paladino, però, non risalga oltre la seconda metà del XV secolo e che la sua erezione sia contemporanea o di poco anteriore alla data dell’ancona in legno dorato realizzata nel 1480 dal lodigiano Bongiovanni de Lupi, nota come Presepio del Paladino, di cui il prof. Cesare Sottocorno ha ampiamente parlato qui sul Baciàcul. L’opera lignea fungeva da pala d’altare di quella chiesetta fino agli anni 70 del Novecento, quando si è deciso di metterla al sicuro presso la Casa parrocchiale. Considerata una delle più antiche espressioni artistiche della Natività in Lombardia, da qualche anno è collocata presso il Museo Diocesano di Cremona.
La chiesa fu verosimilmente eretta a servizio del culto della popolazione rurale. Ed è in questo contesto che vanno ricercate le origini della devozione nei confronti di San Fermo, martire ampiamente venerato tra la popolazione campestre della vicina bergamasca: Caravaggio, Presezzo, Berzo San Fermo, Calcio. Tuttavia si può affermare che si tratta di un’invocazione giunta nel nostro territorio successivamente alla costruzione della chiesa – e in epoca piuttosto recente – non essendo testimoniata da alcuna raffigurazione artistica, né al Paladino né in altri luoghi rivoltani.
Un tempio, quello del Paladino, la cui costruzione, come detto, non va fatta risalire prima del XV secolo. Secondo Diego Sant’Ambrogio – come si legge sull’Eco dei Restauri Artistici del 18 ottobre 1903 – “dall’esame della costruzione è agevole il rilevare che di quella data (ndr 1480, la data indicata sull’ancona lignea di De Lupi) per l’appunto è l’abside quadrata con superiori volte a velette, la quale solo doveva costituire in origine l’Oratorio propriamente detto, mentre la navata con volta a botte ed una cappella laterale a destra che gli sta davanti, munita altresì di un pronao a guisa di santuario, apparirebbe opera edilizia d’ingrandimento posteriore e presumibilmente della metà del Seicento”.
Le pareti della prima campata sono decorate con dipinti del XVII e del XVIII secolo raffiguranti una Santa martire e San Bartolomeo (a sinistra), l’Inferno e il Giudizio Universale (a destra). Riguardo a uno di questi affreschi, l’indimenticabile dott. Pilade Clara scriveva nel 1930: “Curiosa per la stranezza della concezione, quantunque fra le meno belle ed assai deteriorata, una raffigurazione della bocca dell’inferno, dove tra enormi mascelle spalancate e denti di proporzione, si vedono dannati nudi travolti verso la gola fiammeggiante”.
Sopra la porta d’ingresso si trova un dipinto raffigurante la Madonna col Bambino fra due santi, forse da identificare con Maurizio e Alberto Quadrelli. Le decorazioni pittoriche delle pareti e delle volte sono opere novecentesche: sopra il cornicione si nota la firma “De Vecchi da Cassano, 1919”.
L’edificio sacro è corredato di un sobrio ed elegante campanile posto a sinistra della parte absidale che ospita una campana con ceppo e ruota in legno, recante infusa la data 1736, intonata sulla nota FA#4. In un corpo di fabbrica accostato all’abside quadrata della cappella laterale destra, accessibile sia dall’interno che dall’esterno del tempio, trova spazio un ampio locale riservato alle attività educative e ludiche, completo di un piccolo palcoscenico teatrale (una vecchia cartolina fa pensare a una sua edificazione in epoca successiva al 1935). Di più vetusta realizzazione (già presente sulla sopracitata cartolina) c’è una riproduzione della grotta delle apparizioni di Lourdes, impreziosita da un minuscolo altare e delimitata da una minuta staccionata in ferro battuto. Sulla parte sinistra, un’altra struttura addossata alla parete della chiesa contiene un locale adibito a sacrestia accessibile solo dall’interno e una casa per il custode disposta su due piani accessibili solo dall’esterno. A integrazione del complesso, staccato dall’edificio sacro, un portico destinato a stalla, ricovero di attrezzi agricoli e fienile, fungeva da supporto alla minuta attività agricola esercitata dal custode che aveva a disposizione due piccoli appezzamenti di terreno di proprietà della chiesa: la marsìdå e ‘l marsidèl.
La tecnica agraria delle marcite, di origine medievale, era molto diffusa nell’intera zona del Paladino, ricca di fontanili, tra i quali il Merlò giovane, noto ai rivoltani che, per molte generazioni, non han perso occasione di abbeverarvisi come a seguire il rito di una tradizione.
L’affetto dei rivoltani nei confronti della chiesa del Paladino è sicuramente vivo tra coloro che conservano le proprie origini rurali e ricordano le abituali frequentazioni del luogo per la Messa festiva, la dottrina domenicale e le attività dell’annesso oratorio giovanile intitolato alla Mater Dei. Nelle adiacenze dell’edificio sacro, per alcuni decenni del ‘900 ha trovato spazio anche un distaccamento della scuola elementare comunale riservato ai ragazzi residenti nelle vicine cascine. Lo stabile scolastico, costruito su un appezzamento di terreno donato alla comunità nel 1935 da Carlotta Celesia – nobildonna proprietaria dell’omonimo palazzo signorile ubicato in paese, che, come ci racconta la prof. Antonia Moroni nel suo Palazzo Celesia a Rivolta d’Adda (Quaderni della Gera d’Adda – n. 2 – Aprile 1996 – pag. 71) era sensibile ai molteplici problemi della comunità rivoltana – si presenta su due piani con un ampio terrazzo a sormontare la metà del primo e, successivamente ceduto dal Comune, è ora divenuto un’abitazione privata.
Sono state copiose le occasioni che hanno portato molti concittadini a vivere in quel luogo le esperienze più significative della propria educazione e della propria religiosità. Numerose sono anche le coppie che, presso la chiesa del Paladino, hanno celebrato il loro matrimonio.
Ricordi indelebili che riguardano anche indimenticabili personaggi. Come non ricordare Suor Venceslaa e Suor Fulgenzia – delle Suore Adoratrici – per lunghi anni educatrici e animatrici religiose; Nicètu Livraghi – storico custode del Paladino – che risiedeva nella casa annessa alla chiesa insieme agli altri componenti delle famiglie Livraghi e Roveda; i signori Anelli – custodi di epoca più recente – nuovi proprietari dello stabile della ex scuola elementare?
Come dimenticare la mitica Trattoria San Fermo, gestita dalla famiglia Losi, ubicata sulla strada provinciale per Spino d’Adda nel punto di svolta verso la strada campestre che conduce al Paladino?
Un vero e proprio luogo del cuore per tutti i rivoltani, quello del Paradĩ.
In dialetto rivoltano, per termini come Paradĩ = Paladino, Carvensã = Calvenzano, e altri, è caratteristico il passaggio della consonante “l” alla “r” e la sonorizzazione nasale prolungata delle vocali finali, indicate con una tilde, che ospitano anche l’accento di parola.
Un luogo ricco di storia e testimone del vissuto di molte persone che, per fede o per necessità, possono raccontare, accostati al Paladino, i momenti più importanti della loro vita, quelli che occupano nel cuore un posto indelebile.
Ivan Losio
Approfondisci:
– Da Rivolta a Cremona, il Presepio del Paladino tra le bellezze diocesane [C. Sottocorno]
– A Rivolta d’Adda il più antico presepe cremonese [F. Loffi]
– Un’ancona intagliata e dorata dal 1480 [D. Sant’Ambrogio]